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Interventi
La società del rischio
Per
i precedenti interventi in tema di "società del rischio" si veda il dibattito
di Novembre, Dicembre 2001 e Gennaio,
Febbraio 2002.
Lintervento della Di Costanzo del 25 febbraio in relazione alla sentenza sulle emissioni della radio vaticana (una documentazione adeguata la si può trovare al sito www.zadig.it/speciali/cem/) ha posto in luce, anche a seguito delle vicende del Petrolchimico di Gela, come il problema del trade-off di responsabilità tra magistratura, politica e impresa economica sia sostanzialmente un nodo irresolubile, almeno nellattuale quadro dei rapporti giuridico-politici.
Qualche anno fa, visto che lacqua dei pozzi presentava livelli di atrazina, un componente attivo nella produzione degli antiparassitari, superiori ai limiti prefissati, si è deciso di innalzare questi limiti. Ora nel caso di Gela, ope legis si è dichiarato che il pet-coke, uno scarto di lavorazione nel processo produttivo del Petrolchimico, non è più un rifiuto nocivo, ma bensì un combustibile e perciò può essere tranquillamente utilizzato come qualsiasi altro combustibile (Dm 7 marzo 2002, n. 22 - "Disposizioni urgenti per l'individuazione della disciplina relativa all'utilizzazione del coke da petrolio (pet-coke) negli impianti di combustione" (G.U. 8-3-2002 n. 57)).
Nel caso del pet-coke come nel caso dellatrazina ci sono buone ragioni di responsabilità sociale a giustificare la non chiusura dei pozzi o di uno stabilimento industriale: il collasso economico di una realtà già difficile come quella di Gela e il rischio di far saltare lapprovvigionamento idrico di un intero sistema agricolo-produttivo.
Dato tutto questo ed anche, ma non concesso, che i limiti legislativi posti fossero eccessivamente limitativi, dobbiamo chiederci se possiamo andare alle ragioni di una schizofrenia legislativa, che "licito fe' illicito in sua lege", che senza evidenti ragioni scientifiche innalza i limiti di pericolosità di una sostanza o riclassifica da nocivo a innocuo un prodotto industriale.
Da un lato abbiamo, a torto o a ragione (cfr. lintervento di Lanfranchi del 10 dicembre), una crescente domanda di sicurezza a cui la politica cerca di dare una risposta sul piano legislativo. Ma poiché la domanda di sicurezza il più delle volte nasce da questioni locali, sia in senso geografico che in senso tecnico, la risposta politica è sempre una risposta parcellizzata e settoriale, e più rivolta a regolamentare che a indirizzare.
Questo schema porta a un cortocircuito tra responsabilità degli organi amministrativi (magistratura e burocrazia) e responsabilità politica.
Infatti mentre per le strutture amministrative letica di riferimento è quella delle convinzioni (cioè, nel caso specifico, leggi e regolamenti) per il politico è quella delle responsabilità. Lamministrazione non può che riferirsi alla regole codificate, il politico invece deve legiferare avendo ben presente le conseguenze delle sue decisioni.
La società del rischio, come è stato sottolineato in più interventi, deriva dallincertezza relativa alle conseguenze delle nuove tecnologie. In questo quadro il rischio non è un dato acquisito, ma un elemento mutevole in dipendenza delle condizioni socio-economiche. "Meglio morti di cancro che di fame" si è sentito dire a Gela e il segretario della Cgil siciliana ha definito quelli di Legambiente degli integralisti che accusano gli operai di avere scelto lavoro e malattia.
Nella gestione del rischio occorre perciò recuperare il senso del termine "gestire". In altre parole poiché la gestione del rischio assume sempre più carattere giurisdizionale, occorre da un lato ridimensionare il ruolo del politico, che il più delle volte riduce la propria etica della responsabilità alla mera e semplice attenzione alle conseguenze che hanno le sue decisioni sui sondaggi e sulla presunzione di consenso, e dallaltro superare la logica di unetica delle convinzioni che si risolve molte volte in "pereat mundus et fiat justitia".
Il modello a cui penso è quello di una legislazione leggera e aperta al cambiamento e allinnovazione, che sappia definire altresì delle linee guida entro cui venga responsabilizzata lattività dellimpresa e che consenta allamministrazione di operare in dialogo con la società civile e gli esperti.
La logica infatti non deve essere di scegliere se far morire di fame o di cancro, e nemmeno quella che ciascuno possa scegliere se morire di cancro o di fame, ma che si determinino le condizioni perché non si muoia né di fame né di cancro.
Ma qui si ritorna al ruolo alletica della responsabilità del politico, che non è quella di regolamentare la curvatura delle banane ma di garantire le condizioni perché le banane siano commestibili.
In questi giorni il Parlamento si appresta a discutere la legge sulla fecondazione assistita, e sembra che il legislatore sia propenso a limitare a tre gli embrioni da impiantare. Statisticamente nulla da obiettare, ma come è noto dalla storiella del pollo diviso statisticamente capiterà che molte donne saranno costrette a ripetere limpianto con tutto quel che segue sul piano organico (bombardamento ormonale) e sul piano piscologico. E se il legislatore si limitasse ad affermare i principi della buona pratica clinica, lasciando al medico la definizione del numero degli embrioni caso per caso?
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