Corriere della Sera 4/06/08
Fabio Cutri
Il filosofo Veca:«E' ora che gli ideali si incontrino con l'etica della responsabilità»
E' tutto sotto i nostri occhi: la terra che si ammala ogni giorno di più, la dipendenza
dal petrolio che potrebbe mandarci in tilt, il grado di inquinamento di alcune metropoli
come presagio di apocalittici scenari. Ma il nemico più insidioso della cultura
ambientalista è invisibile, si chiama senso di impotenza. Forse giustificato però non
ragionevole, ammonisce il filosofo della politica Salvatore Veca. Perché un altro mondo
resta possibile, a patto che i grandi ideali siano disposti a scendere a compromessi
con un sano realismo e un'etica della responsabilità.
Professore, la difesa deU'ambiente riuscirà mai a tenere il passo della globalizzazione?
«Innanzitutto va osservato che l'ecologia, Data negli anni Settanta, fu il primo vero
pensiero globale. A distanza di quarant'anni il processo è però incompiuto: si sono
globalizzati i mercati finanziari ma non le politiche sulle risorse e sulle energie
non rinnovabili».
E qual è lo stato di salute deUa cultura ecologica?
«Un tempo ch pensava di "mettere al centro il nostro rapporto con la natura" poteva contare
su un assunto, ovvero che la politica potesse fare tutto ciò che si proponeva di fare. Oggi
lo scenario è notevolmenle mutato: avremmo bisogno di più politica mentre abbiamo di
fronte una politica indebolita rispetto ad altri tipi di poteri. Sia a livello nazionale
che europeo il peso della politica ci appare assai poco globale, e ciò rende il tema
ambientale fonte di angoscia e impotenza.»
Come si reagisce alla crisi della politica?
«Smettendo di pensare che esiste o una politica forte o nessuna politica è possibile.
Spesso, infatti, consieriamo le tematiche ecologiche con la logica del "tutto o niente".
E invece dobbiamo avere fiducia in una prassi politicn del passo dopo passo, serve il
coraggio di mettere in campo una sorta di riformismo globnle o partire dal locale. C'è
bisogno di un'etica della responsabilità».
Ovvero?
«Ovvero della capacità di decidere alla luce di principi che prendano sul serio le
conseguenze. Le conseguenze per chi? Questo è il punto: non solo per chi è contemporaneo
o vicino, ma anche per le generazioni future e tutti i nostri coinquilini del mondo. Ecco
il pensiero globale che va perseguito con lungimiranza e pragmatismo.»
Ma non c'è il rischio che la cultura ecologica diventi solo un comportamento privato
del tipo "faccio la differenziata a casa mia e il resto non mi riguarda"
«La responsabilità politico-ambientale deve essere delocalizzata, E soprattutto condovisa:
ne devono tener conto non solo i "decisori" pubblici, ma tutto il tessuto sociale, da
chi ha compiti educativi a chi gestisce imprese».
Non esattamente ciò che sta accedendo a Napoli,
«In Campania la catena di responsabilità è di lunga data e assai trasversale. Ha mostrato,
ce ne fosse stato bisogno, l'enorme debolezza della politica locale e centrale. Ora
dovremmo prenderci per mano e non aspetatre qualche demiurgo che risolva tutto».
È possibile conciliare sviluppo e rispetto dell'ambiente?
«Sì, ma a patto di smettere di considerare lo sviluppo come devastazione predatoria delle
risorse esauribili. L'idea stessa di sviluppo dovrebbe avere in sé dei limiti e soprattutto
dei parametri che misurino la qualità della vita».
Non rischia però di suonare un po' ipocrita il dire di non tagliare gli alberi in
Amazzonia quando noi abbiamo disboscato l'Europa per favorire le accumulazioni
capitalistiche?
«E' esattamente il problema. Serve una vera cooperazione responsabile che renda
sostenibile il cammino verso l'industrializzazione e il progresso a economie ancora in
via di sviluppo. Mi sembra doveroso che il mondo più ricco paghi un prezzo per
preservare quel bene comune che è lo stato di salute della terra. Altrimenti le prediche
a non inquinare restano solo delle prediche».
La cultura ambientalista italiana ha gato i troppi no «senza "se e senza ma»?
«Nella cultura ambientalista radicale, che a mio avviso è in realtà conservatrice, ha se
non altro l'utilità di richiamare l'attenzione sui costi sociali delle decisioni.
Nessuna scelta è gratis: i no-tav ce lo ricordano, tuttavia non possiamo restare
tagliati fuori dall'alta velocità. Servono incentivi, compensazioni. Laddove si crea
un disagio, si risarcisca con detassazioni o creando nuove strutture»
Come giudica la nostra rincorsa al nucleare?
«La dipendenza energetica dell'Italia è una tassa ombra sulle nostre capacità di
sviluppo semplicemente intollerabile. Ecco, se la comunità scientifica ci dice che
le nuove centrali presentano un rischio minimo rispetto a quelle di vecchia generazione,
beh, non perdiamo altro tempo».