In relazione ad alcune questioni dibattute di recente e mei mesi scorsi nel forum,
vorrei raccomandare vivamente la lettura dell'intervista ad Amartya Sen, apparsa nel sito
"Il Sole 24 Ore on-line", fatta da Armando Massarenti, e che trovate alla fine
del mio intervento.
Qui Sen tenta di coniugare la necessità dello sviluppo sostenibile con l'esigenza
della libertà individuale, libertà di innovare ma anche di scelta da parte del singolo,
che potrebbe sentirsi represso nel suo agire quotidiano.
Sen introduce in alternativa o integrazione della figura dello "sviluppo
sostenibile", il concetto di "libertà sostenibile", riesce a far quadrare
il cerchio?
Voi cosa ne pensate?
Saluti da Davide Fasolo
Intervista a Sen, versione inglese, italiana e "Real Video": http://www.ilsole24ore.com/art.jhtml?artid=14865
Amartya Sen è un protagonista del panorama economico-culturale che non ha
bisogno di presentazioni (Premio Nobel per l'Economia 1998), meritano
comunque una visita i siti a lui dedicati che ci permettono di approfondire la
sua conoscenza.
Amartya Sen (pagina personale con e-mail):
http://www.economics.harvard.edu/faculty/sen/sen.html
Amartya Sen (pagina personale con guestbook, indirizzo, e-mail):
http://www.nd.edu/~kmukhopa/cal300/calcutta/amartya.htm
La pagina del premio Nobel assegnato a Sen:
http://www.nobel.se/economics/laureates/1998/
Amartya Sen (albun fotografico):
http://pages.whowhere.com/news/bengaliskanyheter/sena.html
Amartya Sen: teoria dei funzionamenti e politiche pubbliche di Alessandro Balestrino
(Impresa e Stato n° 33) :
http://impresa-stato.mi.camcom.it/im_33/balestrino.htm
Vedi anche Editoriale di Piero Bassetti e sommario (Impresa e Stato n° 33) :
http://impresa-stato.mi.camcom.it/im_33/editoriale.htm
http://impresa-stato.mi.camcom.it/im_33/sommario.htm
Il tributo della Banca mondiale a Sen:
http://www.worldbank.org/poverty/sen.htm
Asian Values and Economic Growth - Amartya Sen (World Culture Report):
http://www.unesco.org/culture/worldreport/html_eng/wcrb12.htm
Altri link utili nella pagina dell'intervista a Sen:
http://www.ilsole24ore.com/art.jhtml?artid=14865
Riporto qui solo la traduzione italiana dell'intervista pubblicata su "Il Sole 24
Ore on-line"
e parzialmente nella versione cartacea del 5 novembre 2000 (pag. 32):
Sviluppo sostenibile: "Una crescita di libertà"
Il punto di vista del premio Nobel dell'economia
di Armando Massarenti
Professor Sen, la libertà è una misura dello sviluppo, stando al suo ultimo libro. Quale
tipo di libertà? E dato che la libertà è sempre legata a un concetto di uguaglianza, di
che tipo di uguaglianza si tratta? Uguaglianza di che cosa? Sono questi i principali temi
del suo lavoro. Potrebbe rispondermi spiegando l'idea di fondo del suo «approccio delle
capacità»?
Quello che cerco di dire è che il modo migliore per dare un giudizio sullo sviluppo sta
nel vedere quanto riesce ad aumentare la libertà umana. Una libertà che però è di vari
tipi. In certi paesi, la gente magari è libera di esprimere la propria opinione, di
criticare, ha libertà di parola come in India, eppure se è povera può non avere accesso
a una sanità adeguata. Invece in un'economia come quella cinese, magari la sanità è
migliore - non dappertutto, ma almeno in alcune zone - ma c'è meno libertà di parola.
Quindi bisogna riconoscere, mi sembra, che la libertà è essenzialmente
multidimensionale. Non «quale tipo di libertà?» quindi, ma tutti questi tipi di
libertà. La ricchezza della vita umana dipende dalle opportunità economiche, dalle
capacità sociali, dalle libertà politiche e queste, sommandosi, risultano nella
libertà. E in un senso fondamentale, direi che si rafforzano reciprocamente. Se ce ne
sono alcune e non altre, tutte sono vulnerabili, in un certo senso. Ma se procedono di
pari passo, non hanno questa debolezza.
Lei sostiene che l'etica è importante in economia ma che, vice versa, anche teorie
economiche come quella dell'equilibrio generale possono contribuire a sviluppare un'etica.
In che modo?
Credo che il legame tra economia ed etica vada nei due sensi. L'etica è molto importante
per l'economia per due diversi motivi. Il primo è che molta economia riguarda
provvedimenti che vanno presi e poi esaminati e valutati. E non è possibile fare una
valutazione se non si hanno dei valori, quindi c'è bisogno di un'etica per decidere se le
cose vanno meglio o se vanno peggio, se tal provvedimento sarebbe un bene o se talaltro
sarebbe un male. Per questo, ci vuole un'etica. Il secondo motivo per cui l'etica è
importantissima in economia è che il comportamento umano dipende da valori etici. Non è
vero che non ci badiamo. Abbiamo tutti una quantità di valori etici diversi. A volte sono
valori molto forti, a volte sono addirittura universali. A volte, invece, sono localizzati
e forse legati a una comunità o a un particolare gruppo: il comportamento morale
dell'imprenditore è più solidale con gli imprenditori che con i lavoratori e quello dei
sindacati è meno solidale con gli imprenditori. Qualunque essa sia, qualunque forma
assuma, l'etica influisce parecchio sul comportamento delle persone. E perfino
nell'economia non prescrittiva, non in quella che si occupa dei provvedimenti da decidere
e della loro valutazione ma nell'economia descrittiva e predittiva, c'è bisogno di etica,
di un'analisi etica, perché l'etica influisce sui nostri valori. Allo stesso modo, penso
che l'economia possa dare un contributo all'etica perché la maggior parte delle
preoccupazioni etiche riguardano questioni in cui l'economia ha un ruolo notevole. Penso
per esempio alla libertà dalla fame, al poter contare sull'aiuto degli altri e così via,
questioni che sono al centro dell'etica e sulle quali l'economia ha molto da dire. Come
aiutare gli altri, o come far sì che il diritto di non soffrire la fame si trasformi in
una realtà del mondo, è chiaramente qualcosa che ha molto a che fare con l'economia.
Credo che integrare etica ed economia sia essenziale, proprio perché l'etica conta in
economia e vice versa.
Anche perché in questo modo si valutano meglio le conseguenze dell'azione?
Penso che il nesso sia proprio questo. Mi spiego. Se adottassimo un'etica che non tenesse
conto delle conseguenze, l'economia perderebbe la sua importanza. Ma voglio dire che
sarebbe un errore, anche se c'è gente che propone sistemi etici come se le conseguenze
non contassero, addirittura rifacendosi a Immanuel Kant o attribuendogli questa posizione.
In realtà, non è vero che si possa dare un giudizio etico che prescinda interamente
dall'azione. Se facciamo una cosa con le migliori intenzioni possibili e questa cosa
uccide un milione di persone, è ovvio che si tratta di una cosa tremenda e che non va
fatta. Quindi non vedo come si possa dissociare l'etica dalle conseguenze. E molte
conseguenze delle nostre azioni operano attraverso l'economia, perché l'economia è un
legame forte tra le azioni umane e le loro conseguenze. E questo è in assoluto il motivo
per cui l'etica ha bisogno dell'aiuto dell'economia per completare la propria analisi.
Cosa pensa dello sviluppo sostenibile? E' un concetto utile per l'economia? E quale
potrebbe essere il ruolo degli imprenditori, dei politici, degli ambientalisti e dei
sindacalisti nella realizzazione di programmi di sviluppo sostenibile?
Mi pare che la causa dello sviluppo sostenibile fosse stata difesa con vigore dal rapporto
della Commissione Bruntland, presieduta da Gro Bruntland, che era stata il Primo Ministro
norvegese e ora è presidente dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'OMS. In questo
rapporto della Commissione Bruntland, preparato alla fine degli anni Ottanta, si diceva
che non bisognava opporsi allo sviluppo e alla crescita come facevano certi ambientalisti,
per esempio i fautori dei «Limiti dello sviluppo», e anche il Club di Roma che aveva una
posizione abbastanza simile. Il rapporto diceva che serve uno sviluppo dalla base ampia,
che tenga conto degli interessi di tutti, e che sia sostenibile nel senso che non soffochi
la possibilità di uno sviluppo in futuro. A mio parere, è un punto di vista
fondamentalmente giusto. Il punto interessante è la definizione che si dà di sviluppo
sostenibile e di che cosa occorre sostenere. Di recente sono stati pubblicati altri due
rapporti, uno della Royal Society di Londra - un'associazione di grandi intellettuali -
che si concentra soprattutto sui consumi sostenibili. Intendiamoci, è un tema
interessante ma a mio parere troppo ristretto. Anche l'Accademia delle Scienze degli Stati
Uniti ha pubblicato un rapporto dedicato in parte allo sviluppo sostenibile, e - come il
rapporto Bruntland - tratta di come rendere possibile lo sviluppo in futuro. Questa,
secondo me, è una linea di pensiero feconda da seguire, ma vorrei ampliarla. Intendo dire
che i mezzi che vengono usati per sostenere lo sviluppo sono di per sé importanti.
Prendiamo per esempio il caso dello sviluppo sostenibile mentre aumenta la popolazione.
Alcune persone ritengono che misure coercitive di riduzione della crescita demografica
sarebbero indispensabili per uno sviluppo sostenibile. Prima di tutto, penso che sia
sbagliato, perché niente indica che la coercizione sia un mezzo efficace. Ma anche se lo
fosse, mi sembra comunque un'idea infelice perché, tra le cose che vanno sostenute, c'è
la libertà. Se si costringe le persone a frenare la crescita della popolazione, si è
già rinunciato a sostenere la libertà. Invece trovo che il concetto di sviluppo
sostenibile vada allargato fino a includere il sostegno delle libertà individuali, per
aumentarle e per sostenere quelle che già esistono. Mi piacerebbe spingere in questa
direzione le riflessioni sullo sviluppo sostenibile. E' una distinzione importante: troppo
spesso, con il pretesto che il fine giustifica i mezzi - una posizione mi lascia
sconcertato - in nome dello sviluppo sostenibile c'è gente che raccomanda delle misure
per cui si comincia per eliminare proprio la cosa che merita di essere sostenuta, vale a
dire la libertà umana.
Certe multinazionali hanno adottato la sostenibilità, hanno fatto bene? La Procter &
Gamble per esempio lo ha fatto per dimostrare che le questioni sociali e ambientali non
vanno separate da quelle economiche. E le multinazionali sono credibili in questo ruolo?
Io non conosco esattamente la posizione della Procter & Gamble. So soltanto che è una
società del tutto rispettabile, che ha una storia positiva di sviluppo industriale e di
senso di responsabilità, ma non posso dire nulla su questo punto preciso. D'altro canto,
la sua domanda più generale è «una multinazionale ha interesse a puntare sullo sviluppo
sostenibile?» Certo che ce l'ha. Sa, anche quelli che dirigono le multinazionali fanno
parte della specie umana e s'interessano ad altri membri della stessa specie
A capo
delle multinazionali non ci sono automi o macchine ma esseri umani, dopotutto, e quindi
possono avere un punto di vista umano! E credo che si possa tranquillamente dire che, in
fin dei conti, il successo delle multinazionali c'entra con la percezione che la gente ne
ha. Se le multinazionali sono capaci di presentare una visione che entra in risonanza con
le idee che la gente ha del proprio futuro e del futuro del mondo, allora possono anche
trarre vantaggi dal fatto di condividerne la legittima preoccupazione. Anzi, direi che per
una multinazionale interessarsi allo sviluppo sostenibile sarebbe naturale. E sappiamo che
molte iniziative filantropiche di grande valore sono state prese da società come la
Roundtrees inglese, che ha avuto una parte importante nell'avviare le ricerche sulla
povertà. Ora la Roundtrees è un'impresa commerciale e c'è una lunga storia di imprese
commerciali interessate a questioni sociali e morali. Non vedo perché non devono
interessare anche le multinazionali.
Da oltre un anno, in occidente ci sono state proteste contro la globalizzazione, il libero
scambio e le nuove tecnologie, in particolare contro le biotecnologie, con una forte
impronta ambientalista. Se le proteste raggiungono lo scopo, i paesi in via di sviluppo ne
trarranno vantaggio, o no?
Mah. Direi che il dibattito sulla globalizzazione è piuttosto strano, visto che quelli
che si oppongono alla globalizzazione si ritrovano spesso in varie parti del globo -
Seattle, Londra, Washington, Praga - e provengono da tutto il mondo. La protesta contro la
globalizzazione è essa stessa un movimento globale. Ma credo che il dibattito non
riguardi affatto la globalizzazione. Quelli a favore del commercio internazionale e quelli
genericamente e globalmente contrari al commercio internazionali sono comunque a favore di
una causa globale. Viviamo in un mondo in cui non è possibile chiudersi completamente
fuori dal resto del mondo. La globalizzazione fa parte della necessità di qualunque
approccio coerente. La vera questione, mi sembra, è questa: in quale misura le imprese e
gli affari devono essere guidati dalla ricerca di profitti e di una forte crescita
economica, senza tenere conto della ridistribuzione e dell'equità; della ridistribuzione
all'interno di una nazione, di un'economia, e della ridistribuzione tra le nazioni, e
della portata che deve avere tale ridistribuzione. Credo che siano questioni legittime, e
i manifestanti hanno fatto un ottimo lavoro richiamando l'attenzione su questi temi. Al
contempo però, spesso i rimedi che suggeriscono, vale a dire la fine dei rapporti
economici globali, non serviranno granché ad aiutare i paesi poveri che hanno bisogno di
rapporti economici globali per generare reddito e per diventare più ricchi. Quindi credo
che dobbiamo considerare queste proteste come un contributo importante alle tematiche del
mondo contemporaneo, ma non come tesi importanti, da accettare nella forma in cui sono
espresse negli slogan, sugli striscioni e sui cartelli che vengono esibiti nelle
manifestazioni. Penso insomma che pongono domande importantissime, e che spesso le
risposte che danno richiedono un esame critico.
Oggi a Roma, politici, economisti, ambientalisti e le principali società multinazionali
che operano in Italia discuteranno insieme di sviluppo sostenibile. Vorrebbe dire qualcosa
a questa riunione? E secondo lei, quali dovrebbero esserne le priorità?
Non sono sicuro di poter rivolgere parole sagge a quello che comunque sarà un consesso di
saggi! Avrei tanto voluto partecipare anch'io, purtroppo non posso. Comunque lo sviluppo
sostenibile è importantissimo per il mondo contemporaneo. Per queste due ragioni.
Dobbiamo intenderlo come un processo di sviluppo e non di crescita. La crescita è troppo
limitata, riguarda solo il prodotto interno lordo, mentre dobbiamo intendere lo sviluppo
in senso ampio, come lo sviluppo delle libertà che rendono una vita umana degna di essere
vissuta. E al contempo, abbiamo bisogno di questo sviluppo non solo in questo preciso
momento ma anche in futuro, quindi la sua sostenibilità è essenziale. Vorrei aggiungere
una cosa sola. Succede che il problema dello sviluppo sostenibile venga disgiunto dai modi
in cui si vuole sostenerlo. Secondo me, la distinzione non è praticabile. Se con la
coercizione si ottiene la conservazione di determinate risorse, o la riduzione del tasso
di natalità - penso che l'efficacia della coercizione sia molto sopravalutata, ma
mettiamo pure che serva a qualcosa - se il sostegno comincia per eliminare alcune delle
cose preziose per la nostra vita, come la nostra libertà di decidere, allora ha perso in
partenza qualcosa, prima ancora di aver provato a sostenerla. Io invece sono convinto che
occorre pensare in termini di libertà sostenibile. Vanno sostenute le libertà umane,
cioè lo sviluppo della libertà e di tutte quelle che ci procura: libertà economica,
libertà politica, libertà sociale. E' su questa storia di libertà che si innesta la
questione ambientale. Quindi vorrei un contesto più ampio, in cui lo sviluppo sostenibile
leghi le libertà umane alla possibilità di un'espansione, di uno sviluppo e alla
necessità di continuare a sostenere lo sviluppo in futuro.